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Dieci anni di crisi: cosa sta succedendo agli agenti di commercio in Italia?




Per capire la crisi degli agenti di commercio in Italia bisogna smettere di leggerla come una semplice fase di rallentamento.

La fotografia che emerge oggi è quella di una trasformazione strutturale: meno professionisti, più pressione competitiva, margini più stretti e un rapporto con le mandanti sempre più sottoposto a revisione.

In altre parole, non è solo il mercato a essere cambiato. È cambiato il modo in cui il mercato decide chi serve davvero.


I numeri aiutano a mettere a fuoco il fenomeno. Secondo Fnaarc, in Italia operano circa 210.000 agenti e rappresentanti di commercio, con una composizione in cui il 74% è plurimandatario e il 26% monomandatario; le donne sono circa il 15%.

Nella stessa area di analisi, la categoria intermedia ogni anno circa 400 miliardi di euro, un valore che rende evidente quanto la rappresentanza commerciale resti un’infrastruttura economica, non un residuo del passato.


Eppure, dietro questa massa critica si intravede una fragilità crescente.


Nel Friuli Venezia Giulia, secondo le stime riportate da Confcommercio Fnaarc e rilanciate dalla stampa locale, in dieci anni sarebbero andati persi circa mille agenti; sul piano nazionale il calo viene descritto come pari a circa 4.000 unità l’anno.

Nello stesso quadro vengono indicati 18.000 agenti prossimi alla pensione, a fronte di circa 57.000 aziende preponenti che utilizzano questa figura professionale. Il messaggio, piuttosto netto, è che il ricambio generazionale non sta arrivando con la velocità necessaria.


Qui si apre il primo punto davvero critico: il problema non è solo demografico, è anche economico-organizzativo.

Gli agenti lavorano spesso su più mandati per sostenere costi che sono aumentati negli anni, dai trasferimenti alla gestione operativa, mentre il contesto di vendita è diventato più selettivo. Le imprese chiedono presidio del territorio, raccolta dati, qualità della relazione e capacità consulenziale, ma non sempre retribuiscono questa evoluzione con modelli contrattuali coerenti. Questa asimmetria produce un effetto semplice e brutale: il ruolo cresce nelle aspettative, ma non sempre cresce nel riconoscimento.


Un altro segnale forte arriva dal tema del dumping contrattuale. Confcommercio ha descritto il fenomeno come una forma di concorrenza sleale costruita su contratti peggiorativi rispetto ai CCNL più rappresentativi, ricordando che in Italia sono depositati oltre 1.000 contratti collettivi, ma solo una parte è realmente rappresentativa; nei soli settori terziario e turismo i contratti “pirata” superano quota 200 e coinvolgono circa 160.000 dipendenti e oltre 21.000 aziende.

Per gli agenti di commercio il collegamento è diretto: quando il mercato abbassa il costo del lavoro e normalizza l’inquadramento al ribasso, anche la rappresentanza commerciale entra in una logica di compressione del valore.

La questione, infatti, non riguarda soltanto le retribuzioni. Riguarda la forma stessa del rapporto professionale.

Sempre più spesso, nelle parole di Fnaarc, il mercato tende a sostituire l’agente con figure impropriamente assimilate, come procacciatori o consulenti, anche quando non ne ricorrono i presupposti. È un passaggio delicato, perché sposta il problema dalla semplice organizzazione commerciale alla qualità dell’inquadramento. Ed è qui che il dibattito diventa tecnico: se il ruolo è strategico, non può essere trattato come una variabile da ridurre all’occorrenza.


In questo scenario assume un peso importante anche il nuovo Accordo Economico Collettivo del commercio firmato il 4 giugno 2025, che disciplina i rapporti tra agenti e aziende mandanti e introduce un punto di partenza per regolare anche le vendite online nel rapporto di agenzia.

È un passaggio significativo perché fotografa un settore che non può più essere letto con gli strumenti di dieci anni fa: il digitale non ha cancellato l’agente, ma ha modificato il terreno su cui l’agente deve dimostrare il proprio valore.


Anche il dato previdenziale rafforza questa lettura. Enasarco indica oltre 210.000 iscritti, circa 137.000 pensioni erogate ogni anno e 36.000 liquidazioni FIRR, numeri che raccontano una categoria ampia ma anche strutturalmente esposta al tema dell’invecchiamento professionale e della continuità contributiva.

Se a questo si sommano la volatilità del commercio al dettaglio, che ISTAT continua a rilevare con oscillazioni negative in valore e volume, il quadro è quello di una filiera commerciale sotto pressione su più fronti contemporaneamente.


La conclusione, per quanto scomoda, è che non siamo davanti a una semplice crisi ciclica. Siamo davanti a una selezione.

Alcuni agenti stanno reggendo perché si sono spostati dal ruolo di intermediari puri a quello di professionisti della soluzione: più competenza, più presidio settoriale, più capacità di leggere dati, mercato e margini.

Altri restano imprigionati in un modello che il mercato ha già cominciato a disintermediare. Ed è qui la verità meno rassicurante: non tutti i mandati hanno perso valore, ma non tutti gli agenti hanno saputo difenderlo allo stesso modo.



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